Motta, il biondino del Giro 1966 entra tra i grandi del ciclismo: ricordi e aneddoti

Motta, il biondino del Giro 1966 entra tra i grandi del ciclismo: ricordi e aneddoti

Il via dal Principato di Monaco con Grace Kelly, la diva di Hollywood. Dopo le tappe, il palcoscenico del Girofestival, condotto da Mike Bongiorno con i cantanti. E all’arrivo di Trieste la sfilata con l’attrice Claudia Cardinale. È il Giro d’Italia 1966, che attraversa un Paese in piena crescita. L’anno prima, una stagione folgorante. Giro 1965, primo Adorni, “il più bel rosa dopo Coppi”. Tour 1965, primo il neopro’ Gimondi. Ci sono entrambi nel 1966, e c’è anche Anquetil. Trionfa Gianni Motta, il biondino di Groppello di Cassano d’Adda (Milano). Ha 23 anni, grande stile, vero purosangue: lascia Zilioli a 3’57” e Anquetil a 4’40”. Aveva conquistato il Lombardia 1964, poi il 3° posto al Tour 1965, e 4 Sei Giorni a Milano. Oggi Gianni Motta, 78 anni, entra nella Hall of Fame della corsa Gazzetta.

MOTTA, COM’ERANO GLI INIZI?

“Avevamo una cascina a Groppello, frazione di Cassano d’Adda. Il ciclismo mi ha dato tanto, è stato bellissimo, sono nato con la bici nel cuore. Eravamo contadini, avevamo bestie e fieno. A 14 anni sono andato a lavorare alla Motta a Milano, la fabbrica dolciaria in viale Corsica, come mamma e papà. Facevo l’apprendista. C’erano 2000 operai, per andarci comprai una bici da donna, un’Atala. E sabato pomeriggio suonavo la fisarmonica ai matrimoni per guadagnare qualcosa”.

LE PRIME CORSE?

“A 16 anni nel 1959, e vincevo tutto. La bici mi piaceva così tanto che mi portarono da Colnago per averne una da corsa. Ernesto me ne ha venduta una usata a 35mila lire, la pagavo a rate, 5000 lire al mese, qualche rata, poi basta… All’Ernesto devo ancora 14mila lire, 7 euro… Così è nata la nostra grande amicizia. E con lui amici veri, amici di Chiesa, come Dante Brambilla, il papà del giornalista Alessandro: il mio primo consigliere. Alla Faema, da dilettante, mi dissero: “Prima di venire qui, mangia qualche bistecca”. Ero magro magro: sì, la prima bistecca l’ho mangiata solo quando ho iniziato a correre”.

CHI SOGNAVA DI ESSERE?

“Anquetil. Si diceva che assomigliasse a me, lo stesso faccino. Per fortuna ci sono i sogni…”.

E LA FISARMONICA?

“Ho iniziato a 8 anni con l’armonica a bocca, papà suonava il mandolino, poi sono passato alla fisarmonica. Sono andato a scuola di musica, volevo diventare Gorni Kramer (il grande direttore, ndr): ero così, in ogni cosa che facevo, volevo diventare il migliore. E la suono ancora”.

COM’ERA DA CORRIDORE?

“Lo facevo così seriamente che mamma diceva agli amici: ‘Il Gianni non ha mai visto il sole scendere, perché andava a letto prima del tramonto’”.

VENIAMO AL GIRO 1966.

“Il campione era Adorni, aveva vinto nel 1965 il Giro, io non c’ero perché mi ero spaccato il ginocchio (colpito da un’auto con i giornalisti, ndr): Vittorio era bello, sapeva parlare, io avevo grande rispetto, ma volevo batterlo. E c’era Gimondi, coetaneo, abitava a 10 km da casa mia”.

CORREVA PER LA MOLTENI: GIORGIO ALBANI ED ERNESTO COLNAGO.

“Rudy Altig mi ha salvato il Giro nella tappa di Roma: fuga con Adorni e Jimenez, io avevo dentro Altig e Dancelli, ma erano già a 3’. Albani era la mente, ha fatto fermare Altig per aspettarmi e li abbiamo ripresi. Mi sono salvato”.

PRENDE LA ROSA A BRESCIA.

“Adorni in rosa va in crisi sulla Maddalena, vince Jimenez e io vado in maglia. A Levico Terme c’è il Vetriolo, raggiungo Jimenez in discesa, lui mi chiede “hai l’acqua?”. Gliela do, potrei staccarlo subito, ma mi dispiace, e lo batto in volata. L’ultima vittoria a Moena con l’attacco in discesa sullo sterrato dal Lavazé: faceva un freddo pazzesco, Jimenez mi sembrava un pulcino bagnato”.

POI I GUAI ALL’ARTERIA ILIACA FEMORALE DELLA GAMBA SINISTRA.

“Forse per l’incidente del 1965, si inizia a formare una crosta nell’arteria: il sangue si depositava come calcare. Avevo 24 anni e non sono mai più stato quello di prima. Non c’erano i macchinari di oggi, se facevi un’arteriografia rischiavi di morire sotto i ferri, mi dissero. Gimondi e Merckx crescevano, e io mollavo. Eppure nel 1968, con il dolore, ho vinto Emilia e Tre Valli. Da un ospedale all’altro, finché mi trovano il male a Pisa: “Qui non c’è circolazione”. Mi operano a Padova, aprile 1970, ma ormai gli anni migliori sono passati. Non ho mai avuto la possibilità di confrontarmi con Gimondi e Merckx ad armi pari. Avevo una gamba contro due, anzi, me la dovevo portare pure appresso…. Eppure alla Tre Valli 1970 riesco a battere Merckx”.

CORRE E FA L’IMPRENDITORE.

“Maglificio, mobilificio, biciclette. Alla Salvarani prendevo il sacchetto di rifornimento da Pezzi e gli dicevo ‘chiama a casa, chiedi se è arrivato il filato’”.

LEI DA 15 ANNI È TESTIMONIAL MEDIOLANUM. QUAL ERA IL SUO RAPPORTO CON ENNIO DORIS?

“Gli piaceva sentire le mie storielle, veniva da me sull’Adda. Nell’ultimo periodo gli mandavo messaggi ogni giorno. C’è sempre stato qualcosa tra noi, lo sentivamo anche senza parlarci. Gli scrivevo: ‘Sono davanti al camino’. E lui: ‘C’è un domani’”.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Ciclismo/02-02-2022/ciclismo-motta-biondino-giro-1966-conquista-hall-of-fame-4301206131742.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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