Caso Froome, l’ex presidente UCI Cookson sapeva eppure si spese per ristabilire la reputazione del Team Sky

Caso Froome, l’ex presidente UCI Cookson sapeva eppure si spese per ristabilire la reputazione del Team Sky

Caso Froome
La settimana del caso Froome si chiude con la notizia che aggiunge altro sale sulla ferita ancora aperta, ovvero la situazione un po’ controversa che coinvolge da vicino l’ex presidente UCI Brian Cookson, che ricordiamo era venuto a conoscenza della “non negatività” del corridore al salbutamolo il giorno prima delle elezioni per rinnovare la massima carica del governo mondiale del ciclismo, ovvero il 20 settembre.
Ricordiamo inoltre che i valori anomali del principio attivo con effetto broncodilatatore rilevati nelle urine di Froome risalgono al periodo in cui il capitano correva la Vuelta, e per la precisione l’analisi è datata al 7 settembre; il 20 di quel mese quindi il Team Sky e Froome vennero avvisati di questa non negatività al salbutamolo, segnalata dall’UCI.
La notizia non sta nel fatto che si sapeva già da mesi, in ambienti dell’unione ciclista internazionale, di questa gatta da pelare che sarebbe divenuta di dominio pubblico qualche tempo dopo: anche perché l’UCI stessa aveva ammesso della conoscenza della positività di Froome una volta esplosa la notizia.
La questione che coinvolge direttamente Brian Cookson è il fatto che si sia speso a inizio dicembre di quest’anno, in prima persona, per difendere il Team Sky e l’allora corridore della squadra Bradley Wiggins affinché la loro reputazione fosse ripristinata dopo che l’UKAD, l’organizzazione antidoping inglese, aveva praticamente chiuso il caso del pacco sospetto consegnato a sir Wiggo durante il Giro del Delfinato del 2011. Per la cronaca, si sospettava che all’interno del collo trasportato dall’impiegato della British Cycling Simon Cope ci fossero sostanze illecite e dopanti, mentre sia la squadra che la federazione ciclistica inglese hanno sempre dichiarato che all’interno ci fosse il Fluimucil, decongestionante legale ed ammesso dalla WADA, sebbene la cosa non potesse essere provata da un documento di consegna.

I veleni del caso Froome

Una caso archiviato per mancanza di evidenze specifiche, ma che spinse appunto Cookson (che ha giudato la British Cycling dal 1997 al 2013 prima di diventare presidente dell’UCI) a dichiarare che non ci sia stata alcune infrazione di regole e norme e che l’unica conseguenza di questa storia sia stata l’incrinatura della reputazione di Bradley Wiggins e del Team Sky. Parole datate 6 dicembre 2017, circa tre mesi dopo essere venuto a conoscenza della non negatività al salbutamolo di Chris Froome alla Vuelta corsa a settembre.
Pane per i denti per i complottisti e per chi si dice convinto della forte influenza e potere negoziale degli Sky sull’UCI. Le accuse in questo senso parlano di trattamento di favore per lo squadrone britannico e per Chris Froome, che rimane al momento libero di poter partecipare a qualsiasi competizione scampando una possibile ed immediata sospensione come di solito è avvenuto in questi casi (e come ha fatto notare con toni molto polemici il quattro volte campione del mondo a cronometro Tony Martin, il quale però nelle ultime ore ha fatto retromarcia e dato atto all’UCI di essersi comportata nell’alveo dei regolamenti).
Ma dal momento che noi non sposiamo le tesi complottiste e ci atteniamo ai fatti e al garantismo, riportiamo la difesa di Brian Cookson, che in una nota inviata a CyclingNews e alla BBC afferma di non aver avuto alcun ruolo né alcun tipo di influenza, come presidente UCI, in questo caso che sta assumendo contorni per qualcuno abbastanza opachi. “Ho tuttavia fiducia nell’integrità dei soggetti coinvolti – prosegue Cookson nella sua difesa – e sono certo che la Fondazione Ciclistica Antidoping (CADF) e l’Ufficio Legale Antidoping abbiano sempre seguito le procedure corrette e che nessun corridore sia stato trattato in maniera diversa dagli altri“.
L’ex presidente specifica inoltre di essere stato informato dei valori anomali di Froome raccolti tra le 17esima e la 18esima tappa della Vuelta nelle sue ultime 24 ore alla guida dell’UCI, e che questi risultati fuori norma non erano a rischio di immediata sospensione per il corridore. Conclude infine sostenendo che la materia sia poi passata di mano al suo successore Lappartient; materia sulla quale non venne più informato.
Il caso Froome, in ogni caso, si sta rivelando più complesso e controverso del previsto: un corridore trovato non negativo al valore più alto di salbutamolo mai riscontrato in un ciclista (Diego Ulissi arrivò a 1.920 ng/ml su 1.000 ng/ml consentiti venendo subito sospeso dalla Lampre Merida, il kenyano invece a 2.000 ng/ml) sta aprendo un vaso di Pandora di sospetti, illazioni, polemiche infinite, a riprova del peso specifico delle parti in causa, ovvero Froome e il Team Sky, da lungo tempo bersaglio di maliziose perplessità. E’ invece ipotizzabile si sia trattato di negligenza o errore in buona fede, eppure il caso Froome sta diventando il campo di Agramante del ciclismo contemporaneo, in cui i veleni e le zone oscure di questa storia rischiano di mettere in seria difficoltà la reputazione di questo sport.