Milano-Sanremo, Kwiatkowski sogna il bis contro Sagan

Milano-Sanremo, Kwiatkowski sogna il bis contro Sagan

Cambia il clima e cambiano i partiti. Cambiano le mode e le tecnologie. Cambiano i gusti e le abitudini degli italiani, ma c'è un appuntamento che nonostante tutto non cambia mai: la Milano-Sanremo, la classica delle classiche che in coincidenza della primavera “apre” la nuova stagione ciclistica dopo la pausa invernale.

In realtà, come tutti sanno, questo è solo un modo di dire perché, alla corsa dei fiori, i corridori ci arrivano con un contachilometri già bello carico. Di sicuro più di diecimila, ma meglio stare larghi che non si sbaglia. Già a Natale, mentre noi ci abbuffiamo di tacchino e panettone, molti del gruppo sono in sella. Poi svernano nel Dubai, in Australia, in Argentina, dovunque insomma faccia caldo per arrivare quasi pronti alle corse importanti.

Ora, la Sanremo è una di queste. Sia per la sua prestigiosa tradizione (la prima edizione partì dal Naviglio pavese alle cinque del mattino del 14 aprile 1907) sia perché vincerla ti cambia la stagione e lascia un segno distintivo nel palmarès. L'anno scorso, per stare in cronaca, la spuntò Michal Kwiatkowksi, freschissimo vincitore dell'ultima Tirreno-Adriatico.

Il polacco, con un ultimo guizzo in via Roma, riuscì a fulminare il tre volte iridato Peter Sagan, fenomeno e funambolo delle due ruote che con la Sanremo ha un conto aperto: nel senso che gli sfugge sempre per un soffio.

Un anno dopo, il quadro non cambia. Attenti ancora a quei due. A Sagan perché è in grande forma ed è una forza della natura. A Kwiatkowski perché arriva lanciatissimo dalla corsa dei Due Mari dove ha preceduto il nostro Damiano Caruso (a 24”) e il gallese Geraint Thomas finito terzo a quaranta secondi anche a causa di un problema meccanico proprio nella salita più importante.

Questi sono i fari, i due top player, ma non è una scoperta che la Sanremo sia una corsa perlomeno bizzarra. Nel senso che per vincerla non basta avere le stimmate del fuoriclasse. Diciamo che è una corsa aperta a molte variabili: bisogna esser forti, concentrati e preparati, ma anche avere, come dice Arrigo Sacchi, un notevole bus de cul. Cioè non cadere, non forare, non farsi tagliar fuori da un ventaglio e, soprattutto, non farsi trovare impreparati quando scatta la bagarre, cosa che succede quasi sempre sul Poggio, il trampolino di lancio prima della discesa verso il traguardo.

Questo è il fascino della Sanremo. Non a caso negli ultimi dieci anni ha avuto dieci vincitori diversi. E per questo i favoriti, soprattutto alla vigilia, preferiscono tenere il profilo basso. Così il polacco dice che il favorito è Sagan. E invece lo slovacco giura e spergiura che il predestinato è Kwiatkowki. Insomma, la solita melina per sviare la pressione e l'attenzione dei concorrenti.

Spicca un altro fatto: che ormai la Sanremo è quasi sempre roba da velocisti. O da corridori con uno spunto molto veloce dopo quasi trecento chilometri nelle gambe. E qui l'elenco si allunga. Dalla Tirreno-Adriatico gonfiando il petto arriva il belga Van Avermaet, re della Roubaix 2017. Poi c'è Gilbert, anche lui belga e già vincitore di Fiandre, Liegi e Lombardia. Un altro in pole position è l'olandese Tom Dumoulin, che ha recuperato dopo una caduta. Infine, ma l'elenco sarebbe molto più lungo, il norvegese Kristoff, che da cinque anni a Sanremo si piazza sempre tra i primi dieci.

E gli italiani? È un tasto dolente. L'ultimo ad aver alzato le braccia al cielo stato il navigato Filippo Pozzato, vincitore quasi per caso nel 2006. Da quel dì, andiamo in bianco. Quest'anno le previsioni sono lievemente più rosee. Il più accreditato, dopo 5 successi nel 2018. è il veronese Elia Viviani. Che ammette: «Sto molto bene. Mentalmente e fisicamente. Non ci giro attorno: è la mia occasione». Speriamo bene. L'infortunio di Gaviria, fortissimo negli sprint, può solo fargli piacere. Un altro italiano da tener d'occhio è Gianni Moscon, capace di un attacco prima della volata. È un opportunista, e soprattutto non teme la pioggia, annunciata come ospite poco gradita anche nel finale.

E Vincenzo Nibali? Il siciliano, ultimo italiano ad essere salito sul podio (3° nel 2012), non è proprio al massimo. Però resta sempre un fuoriclasse, capace di inventarsi qualcosa quando uno meno se l’aspetta. È libero d’interpretare la corsa. Oppure di dare una mano a Colbrelli, altro italiano con qualche chance nel finale.

Detto che, per regolamento, da quest'anno ci sarà un uomo in meno per squadra (7 invece di 8), concludiamo con una curiosità: in questa Sanremo scatta anche nel ciclismo l'era Var. Una sorta di video assistenza, non per assegnare un gol o un rigore contestato, ma per individuare in tempo reale le infrazioni e garantire che tutto sia in regola. Un giudice si metterà davanti alla tv in un pulmino vicino alla regia Rai per intervenire sui casi più controversi. Che dire? Che era ora. Nella nostro vita ci sono telecamere dovunque, perchè fare i difficili solo col ciclismo?

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